|
Il Sole 24 ore 17 novembre 2009
La cultura professionale è un bene primario
di Gianfelice Rocca
Una recente indagine dimostra che il 67% dei laureati
italiani ignora che siamo il secondo Paese manifatturiero in Europa dopo
la Germania. È un dato che fa riflettere e ha una spiegazione: negli
ultimi vent'anni abbiamo assistito a due fenomeni contraddittori. Da un
lato l'impresa, per vincere la competizione internazionale, ha investito
sui talenti e l'incidenza dei tecnici sul totale degli occupati è
raddoppiata, passando dal 12 al 22%, una quota superiore addirittura a
quella tedesca. Dall'altro lato, negli stessi anni, è avvenuto il
sorpasso degli iscritti ai licei sugli studenti che scelgono
l'istruzione tecnica. E oggi, nonostante la crisi, mancano all'appello
76mila tecnici che le industrie richiedono ma non trovano (erano 181.00
prima della crisi). I dati Excelsior mostrano inoltre l'insoddisfazione
di più di metà delle imprese per la qualità dei diplomati tecnici.
La cultura tecnica dell'Italia è un patrimonio
inestimabile. Abbiamo il primato in molti settori produttivi
che hanno fatto grande il made in Italy. Questo patrimonio non si è
accumulato per caso. Gli istituti tecnici,
da cui escono i profili determinanti per lo sviluppo del sistema
produttivo, sono stati la chiave del boom economico italiano del
dopoguerra e continuano a rappresentare un asset strategico per il
nostro Paese anche nel nuovo scenario dell'economia globale del XXI
secolo.
Se l'Italia vuole uscire dalla crisi e rimanere tra i Paesi socialmente
ed economicamente più avanzati, deve mantenere il proprio primato nei
settori produttivi che costituiscono il made in Italy. Per raggiungere
questo obiettivo è dunque essenziale non solo conservare, ma sviluppare
e aggiornare continuamente le competenze e i saperi connessi alla
cultura produttiva di questi settori. Se l'Italia disperdesse tali
saperi, perderebbe, nel medio termine, anche i suoi primati. A
differenza di altri modelli europei che discriminano precocemente tra
gli studenti destinati al proseguimento degli studi universitari e
quelli avviati al lavoro, l'istruzione tecnica
italiana, distinta sia dai licei che dalla istruzione
professionale, consente ai giovani che la scelgono sia il proseguimento
degli studi che l'inserimento in azienda, dotandoli allo stesso tempo di
una base culturale scientifica solida e di un utile pragmatismo
tecnologico.
Eppure è del tutto insufficiente l'orientamento
alla cultura tecnica. Famiglie e insegnanti non sempre sono
messi in grado di cogliere i molti punti di forza di questo tipo di
studi. Oggi in 80 città italiane 40mila studenti incontreranno gli
imprenditori in occasione della XVI Giornata Nazionale Orientagiovani.
Il "Vento della Tecnica" è il tema di questa giornata che ha scelto
come sede centrale Vicenza. Una scelta che intende puntare i riflettori
sul Veneto industriale e manifatturiero, una Regione leader anche nel
rapporto scuola-impresa, nei laboratori, negli stage, nei tirocini e
nella sperimentazione della nuova istruzione tecnica. Tra meno di un
anno partirà la riforma dell'istruzione tecnica per la quale il mondo
industriale si è mobilitato insieme con i migliori presidi. L'ultima
iniziativa di grande rilevanza è quella del Club delle 15 Associazioni
industriali a maggior presenza manifatturiera (nel loro insieme
rappresentano il 31% dell'export italiano) che hanno adottato 15
istituti tecnici d'eccellenza.
Confindustria ha espresso una valutazione positiva sul regolamento
dell'istruzione tecnica, per molti motivi: riduce gli indirizzi e i
profili evitandone la frammentazione; dedica attenzione alle specifiche
esigenze del mondo produttivo; istituisce i Dipartimenti per favorire la
professionalità degli insegnanti e coordinare gli insegnamenti affini;
dà vita ai Comitati tecnico-scientifici per aprire la scuola al mondo
imprenditoriale; promuove la flessibilità formativa; potenzia gli stage
e l'alternanza scuola-lavoro; introduce le scienze integrate e
l'insegnamento di una disciplina tecnica in lingua inglese. Nelle
prossime settimane, dopo il recente parere favorevole delle Regioni e
l'atteso parere delle Commissioni Parlamentari, il regolamento potrà
ottenere dal Consiglio dei Ministri la definitiva approvazione. In
sintonia con le Regioni chiediamo che non vengano
ridotte le ore di laboratorio nel primo biennio e che la riforma
parta solo dalle prime classi, per assicurare un decollo efficace.
È davvero essenziale affrontare alcuni problemi per "mettere in
sicurezza" la riforma ed evitare ulteriori rinvii o partenze disordinate
che avrebbero conseguenze molto negative. Innanzitutto la diffusione
dell'informazione sulle caratteristiche dei nuovi istituti tecnici, con
l'orientamento degli studenti e delle famiglie. Poi l'attivazione di
piani di aggiornamento e di formazione dei docenti e la trasformazione
delle attuali rigide "classi di concorso", per renderle coerenti con la
riforma. L'avvio di un sistema di monitoraggio e verifica degli esiti di
apprendimento. L'investimento nella modernizzazione dei laboratori, che
può vedere un'ampia partecipazione delle imprese, andrà collegato ad un
progetto di valorizzazione della professionalità dei docenti,
soprattutto nelle discipline scientifiche e tecnologiche. E qui
arriviamo a quello che considero il punto cruciale:
gli istituti tecnici decolleranno con successo
solo se ci saranno il consenso e l'impegno dei docenti. Sono loro che
potranno preparare giovani che si appassionino alla scienza e alla
tecnologia, al "gusto del fare", a patto che vengano offerte loro
occasioni di miglioramento professionale e una ritrovata motivazione.
Vicepresidente
di Confindustria per l'Education
|