Tuttoscuola 15 febbraio 2010

Istituti tecnici: rischi di gattopardismo

L'insistenza con la quale un vasto schieramento di forze attive in campo economico-sociale, da  Confindustria al Sole-24 ore, con qualche addentellato anche in campo sindacale, ha sostenuto il rilancio dell'istruzione tecnica come operazione strategica principe dell'intera riforma Gelmini dell'istruzione secondaria superiore si spiega con il grave deficit di diplomati tecnici denunciato a più riprese dalle imprese italiane negli ultimi anni.

Anche nel 2009, anno di grave crisi delle industrie manifatturiere, la domanda di diplomati da parte di queste ultime è rimasta insoddisfatta per oltre 70.000 unità. E con la ripresa dell'attività produttiva il gap rischia di aumentare. Penalizzate, in particolare, sono le aziende metalmeccaniche, che generano il 49,7% del valore aggiunto dell'intero settore manifatturiero, la percentuale più alta in Europa dopo la Germania (62,5%).

Si spiega dunque la linea tenuta costantemente dagli industriali italiani, che dopo aver fortemente condizionato la riforma Moratti con l'invenzione dei licei "vocazionali" (anglicismo che letteralmente significa "professionali"), ben distinti dagli altri percorsi dell'area liceale, hanno accolto con grande  soddisfazione la delicealizzazione degli indirizzi economici e tecnologici voluta dal governo Prodi e pienamente confermata dall'attuale governo.

Ma se si confrontano i piani di studio dei principali indirizzi pre-riforma con quelli contenuti nel regolamento Gelmini dell'istruzione tecnica si notano notevoli analogie, accentuate dalle "articolazioni", che recuperano alcuni indirizzi minori. Con l'utilizzazione "mirata" degli spazi di flessibilità riconosciuti agli istituti, e le pressioni dei sindacati, non è poi da escludere che anche altri indirizzi riemergano, ripristinando sul territorio e dal basso quella frammentazione che in passato era stata autorizzata e spesso promossa dall'alto.

La partita di una vera innovazione è insomma tutta da giocare, e certamente interessa agli industriali, che però - par di capire guardando al crescendo di iniziative promozionali promosse negli ultimi tre anni - sono in primo luogo interessati all'aumento del numero degli iscritti. Per questo salutano con non celata soddisfazione ogni segnale che va in questa direzione, anche (ma forse soprattutto) se va a scapito dei licei.


Ma gli istituti professionali restano competitivi

I nuovi istituti professionali (IP), afferma il relativo Regolamento, oltre ad offrire in via ordinaria i corsi quinquennali avranno anche un "ruolo integrativo e complementare rispetto al sistema di istruzione e formazione professionale" e potranno continuare a rilasciare qualifiche (al terzo anno) e anche diplomi professionali (al quarto), sia pure in regime di sussidiarietà, sulla base di specifici accordi stipulati dal MIUR con le singole Regioni, alle quali la riforma del Titolo V, parte seconda, della Costituzione riconosce la competenza esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale.

La soluzione individuata dal Regolamento - in mancanza di un contestuale trasferimento alle Regioni delle risorse oggi utilizzate dallo Stato per il rilascio di qualifiche professionali - va incontro alla forte domanda, proveniente dalle famiglie e dal mondo del lavoro, di percorsi formativi di ciclo più breve rispetto a quelli quinquennali, e aperti alla prosecuzione degli studi: la ragione forse più importante del successo dei professionali negli ultimi venti anni, insieme al carattere più operativo e pratico dell'insegnamento. Aspetto, quest'ultimo, che la riforma Fioroni-Gelmini ha fortemente accentuato, nell'intento di differenziare più nettamente l'identikit degli istituti professionali da quello degli istituti tecnici.

In questo quadro, e sempre che venga confermata la possibilità per gli IP di offrire la qualifica triennale anche nelle Regioni dove non sono stati ancora definiti gli accordi con il MIUR, è ragionevole prevedere che le iscrizioni agli istituti professionali non subiranno quel tracollo che l'incertezza sul loro destino lasciava supporre fino a pochi mesi fa. Non è da escludere anzi, considerata anche la probabile confluenza negli IP di una parte degli ex istituti d'arte, che le iscrizioni ai nuovi istituti professionali possano addirittura aumentare.